Siamo sicuri che i giovani non hanno voglia di lavorare?

Forse non è solo una questione di voglia...

Qualche sera fa, mentre facevo zapping tra reel e post, mi sono imbattuto in uno di quei gruppi che sembrano avere sempre qualcosa da insegnarti sulla vita.

Stavolta, però, niente paternali. Solo il post di un genitore anonimo che chiedeva cosa ne pensassero gli altri del fatto che sua figlia, 19 anni, fosse stata assunta in un bar per l’estate. Il vero dilemma? Se accettare o meno quel lavoro da 700 euro al mese. Il post era lì, buttato tra una citazione di Bukowski e un meme qualsiasi, ma il senso, ovviamente, stava tutto nei commenti.

L’età media dei “frequentatori assidui” di Facebook è ormai nota a tutti. Infatti non potevano mancare le opinioni di gente over 50. Chi diceva che 700 euro per una diciannovenne sono onestissimi. Che l’importante è fare esperienza. Che ai loro tempi si sgobbava e basta, altro che storie. Che oggi i ragazzi stanno solo a poltrire. 

La solita storia dunque. Trita e ritrita.

Per fortuna, ogni tanto, arriva anche qualcuno che ti riporta nel 2025. Perché questa cosa del “i giovani non hanno voglia di lavorare” la sentiamo ovunque. E qui in Romagna, patria del turismo e del lavoro stagionale, è diventata quasi una cantilena. Qui, quasi tutti, me compreso, abbiamo fatto almeno una stagione in sala, al bar o come bagnino. Negli anni del boom, abbiamo costruito una macchina turistica che ha fatto la storia.

Ma ora tutto è cambiato. 

È cambiato il modo di fare vacanza. È cambiato il target (non del tutto ma c’è un’evoluzione molto netta). E sono cambiate le generazioni. Sia quelle che gestiscono, sia quelle che dovrebbero entrare nel mondo del lavoro.

Io stesso vengo da una famiglia di ristoratori. Sono nato e cresciuto tra la sala e la cucina. E sono ormai 15 anni che lavoro nel marketing turistico. Ho fatto il dipendente, il collaboratore, oggi ho un’azienda. Anche qui da Retorica Comunicazione sono passati tanti giovani, anche se alla fine ho meno di 40 anni, quindi parliamo di colleghi con al massimo 15 anni meno di me.

Ho sentito direttori di alberghi e ristoranti lamentarsi parecchio della mancanza di personale. E sì, ho sentito spesso titolari e direttori lamentarsi della “mancanza di voglia”.

Ma poi mi chiedo: noi, alla loro età, eravamo davvero così diversi? Se ci penso bene, anche tra le nostre compagnia, c’era il “cazzone” del gruppo. Solo che eravamo figli dei baby boomer, quelli per cui il lavoro era tutto: guadagno, identità, stabilità. E anche se a volte non ci stava bene, ci siamo adattati. Abbiamo provato a fare meglio, magari aprendo la nostra piccola attività, con l’idea di “non fare gli stessi errori” e cercare di dare una svolta.

A dieci anni dall’inizio della mia esperienza dall’altro capo della barricata, mi viene da pensare se non sia il caso di cambiare la prospettiva e dare spazio a nuovi interrogativi. Oggi, a mio avviso,  il punto non è se i giovani hanno voglia o no di lavorare. Il punto è: in che condizioni si trovano a farlo?

Un ventenne di oggi cresce in un mondo in cui ogni passo avanti ne fa dieci indietro. Crisi economica, guerre, clima fuori controllo. Tutto instabile. Tutto precario. Noi avevamo almeno l’illusione del progresso: abbiamo visto nascere internet, la tecnologia, le possibilità. Loro ci sono nati dentro, ma senza assaporarne l’entusiasmo.

Quindi probabilmente no, non è che non vogliono lavorare: non vogliono farlo in un sistema che spesso sembra malato. E forse fanno bene a ribellarsi. Oggi un giovane cerca un posto dove sentirsi valorizzato. Non gli basta “essere assunto”.

Vuole capire il perché. Vuole sentirsi parte del progetto, avere un ruolo che ha senso, che ha un impatto. Lo vediamo ogni volta che ci pongono la domanda che spiazza più di tutte: “Perché dovrei venire a lavorare da voi?”

È un cambio di prospettiva figlio dei tempi moderni e di un sistema che non mette le diverse parti nelle condizioni più semplici per costruire rapporti di lavoro proficui per ogni parte coinvolta. Ed è giusto così. Come dicevo in un altro mio articolo, chi lavora in hotel (o in qualsiasi azienda) non è un esecutore di mansioni. È la voce, il volto e spesso l’anima del brand. 

Coinvolgerli, ascoltarli, farli partecipare e diventare parte integrante di un’idea: è lì che nasce il legame vero.

Quello che tiene le persone dentro un’azienda. Quello che, alla lunga, fa la differenza.

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